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ATM, ARTICOLAZIONE TEMPORO-MANDIBOLARE ED ALTERAZIONI POSTURALI.

ATM, ARTICOLAZIONE TEMPORO-MANDIBOLARE ED ALTERAZIONI POSTURALI.

 

Come una disfunzione dell’ATM influisce sul controllo del pattern posturale.

Che cos’è l’ATM?

È l’articolazione temporo mandibolare! La nostra mandibola si connette alle ossa del cranio per mezzo di questa articolazione che si può facilmente localizzare appoggiando le mani ai lati del viso, davanti alle orecchie. Durante l’apertura della bocca si sente il movimento della mandibola.

Capita di soffrire di dolori alla testa, alle orecchie, soffrire di tensioni muscolari , dolori alla schiena e la causa di tutto ciò può esser una disfunzione dell’atm o più precisamente di disturbi cranio cervico mandibolari (DCCM)

Questa piccola articolazione è sottoposta a grandi sforzi dati da un’enorme attività della bocca durante la masticazione oppure alla tensione accumulata in spasmo o posizione errata dell’articolazione durante la notte ed il giorno (es. bruxismo).

Oltre ad un errato combaciamento dei denti , le disfunzioni della atm possono derivare da traumi (es. colpo di frusta) ma anche una disturbi della visione che possono alterare la masticazione e la funzione della mandibola.

Nella fase acuta si deve adottare la dieta soffice per alcune settimane per alleviare il dolore, evitare di masticare le gomme, fare esercizi di stretching e rilassamento dei muscoli articolari . È sempre consigliabile un approccio multifattoriale (dentista, osteopata, logopedista) per poter arrivare alla radice del problema e risolvere precocemente evitando fastidiose recidive.

Le disfunzioni dell’ATM hanno una forte correlazione con la postura; un’alterazione dei muscoli del collo e dei muscoli masticatori va ad alterare di conseguenza la dinamica dell’articolazione mandibolare che a sua volta si ripercuote sulla muscolatura di tutto il rachide.

Sotto alla mandibola troviamo l’osso ioide che funge da regolatore della postura, quindi un’alterazione della mandibola provoca un’alterazione dell’osso regolatore che a sua volta modifica la tensione delle catene muscolari discendenti e può provocare disallineamento del bacino o delle spalle.

È necessario, quindi, eseguire una visita gnatologica e posturale per poter risolvere il problema riequilibrando il tono muscolare. In primis è necessario rieducare la cinetica della mandibola che porta ad una maggiore stabilità articolare e successivamente si mira al riequilibrio della funzionalità dell’apparato muscolo scheletrico grazie alla ginnastica posturale. A volte sono necessari anche esercizi logopedici per ripristinare la corretta funzionalità.

 

Dr.ssa Sara Crotti

 

MUOVERE IL BACINO PER CURARE LA LOMBALGIA

MUOVERE IL BACINO PER CURARE LA LOMBALGIA

Il 70 % delle persone, oggi,  soffre di lombalgia e questo disturbo condiziona i soggetti (anche giovani) nella loro vita quotidiana e nello svolgere attività fisica. Non soffrono di dolori alla schiena solo le persone anziane; nell’attuale società è facile passare ore ed ore in una stessa posizione (seduti ad una scrivania, seduti in auto o mantenere una postura scorretta fermi in piedi) e tutto ciò è deleterio per la salute della schiena.

Questo tipo di disturbo è multifattoriale e può esser causato da traumi, ernie, lesioni muscolari o può esser di natura non traumatica dato da cause non sempre identificabili ; la maggior parte delle volte è la conseguenza dalla perdita delle curve fisiologiche.

Come già sappiamo, a parte la fase acuta della lombalgia, è bene restare in movimento e recuperare tutti i movimenti della colonna evitando di restare totalmente fermi come veniva consigliato in passato. La colonna vertebrale, per rimanere sana, deve muoversi e non perdere i gradi di mobilità per i quali è stata “programmata”.

Una colonna ipo-mobile nella zona lombare non permette il naturale movimento di antiversione e retroversione del bacino.Si parla di antiversione quando portiamo la sinfisi pubica indietro rispetto alla colonna ed inarchiamo la zona lombare  e parliamo di retroversione quando portiamo la sinfisi pubica in avanti rispetto alla colonna e di conseguenza appiattiamo la schiena.Grazie ad una buona mobilità e all’effettuazione di questi movimenti, il soggetto è in grado di scaricare e sciogliere la colonna vertebrale e di ridurre il dolore lombare che spesso insorge proprio per rigidità di questo tratto.Un tratto lombare che non si muove liberamente può andare incontro a sovraccarico e compensi che portano all’insorgenza del dolore.

Tutti gli esercizi del pilates che attivano il trasverso e che contemporaneamente attivano la zona pelvica, portano a buoni risultati rispetto alla riduzione del dolore.

Vi elenco tre esercizi  molto semplici che richiedono solo costanza ed  una buona concentrazione e percezione dei piccoli movimenti del corpo; sono esercizi che si possono eseguire a casa con il solo ausilio di un materassino ed una fitball.

  1. Il soggetto si sdraia in posizione supina e flette le gambe appoggiando i piedi sul materassino, inspirando cerca di inarcare la zona lombare riproducendo un’ antiversione del bacino mentre espirando cerca una retroversione del bacino e la zona lombare tocca completamente la superficie. È un movimento da svolgere lentamente e fluidamente in modo tale da rilassare la muscolatura e prender coscienza del piccolo spostamento che avviene durante la respirazione.

      2. Un altro buon esercizio per la colonna vien eseguito simulando  la posizione del “gatto”. Si va in quadrupedia e sempre abbinando la respirazione con il movimento, si cerca di muovere ogni singola vertebra in modo fluido.Espirando, si attiva l’addome e si contraggono i glutei cercando di effettuare una retroversione del bacino mentre in inspirazione si compie un’antiversione del bacino e si estende tutta la colonna vertebrale.

Un aiuto importante per sbloccare la colonna ed eliminare la rigidità. viene dato dall’utilizzo delle fitball.

      3. Il soggetto si siede sulla palla ed effettuando una respirazione diaframmatica e profonda muove il bacino in senso orario, antiorario, in antiversione o retroversione spostandosi quindi su un lato e poi sull’altro. La morbidezza della palla aiuta ad eliminare la tensione della zona  lombare che frequentemente si accumula a causa delle nostre posizioni statiche, seduti o  in piedi.

È altrettanto importante abbinare esercizi di stretching e di rinforzo del core per mantenere  buoni risultati nel tempo ed evitare spiacevoli ricadute. È bene imparare ad utilizzare la schiena nel modo corretto durante le attività quotidiane, nel sollevamento e trasporto dei pesi ,  per evitare di stressare in modo eccessivo le vertebre.

Dr.ssa Sara Crotti

SINDROME DEL PIRIFORME

SINDROME DEL PIRIFORME

Che cos’è il piriforme?

Il muscolo piriforme è un muscolo di forma triangolare che si trova al di sotto del grande gluteo e svolge la funzione di assistente nella rotazione interna ed esterna dell’anca. Vicino al muscolo piriforme passa il nervo sciatico.

Può accadere che questo piccolo muscolo generi un grande dolore nella zona del gluteo e che questo si irradi fino alla zona del ginocchio; quando il piriforme è accorciato o allungato provoca quindi, la sindrome del piriforme. Questo può accadere in relazione ad un forte trauma, intensa attività fisica, iperlordosi , anomalia muscolare o sforzo eccessivo ed i sintomi sono i seguenti:

-dolore al gluteo e debolezza muscolare

-formicolio della regione lombare e parte posteriore della gamba fino al polpaccio

-dolore in camminata e quando si salgono le scale o si cammina in pendenza

-riduzione del movimento dell’articolazione dell’anca.

La sintomatologia, spesso, si acutizza dopo diverso tempo trascorso a sedere e solitamente si manifesta unilateralmente.

Frequentemente la sindrome da piriforme viene confusa con la sciatalgia e quindi è necessario effettuare una diagnosi che escluda in primis le due condizioni simili come l’erniazione e le disfunzioni sacro-iliache. Effettivamente la sciatalgia è una patologia che è molto più difficile da curare mentre la sindrome del piriforme trova buone soluzioni tra i massaggi e l’attività fisica studiata.

Come primo intervento si consigliano esercizi di allungamento e di riassestamento del tono muscolare e della postura; spesso in questo modo si ottengono già buoni risultati. È necessario sospendere le attività che possono provocare questo tipo di disturbo (ad esempio ciclismo e corsa sono due sport che vanno a peggiorare la sintomatologia) e talvolta assumere farmaci antinfiammatori che permettono di abbassare il dolore quando si trova in fase acuta.

Anche l’utilizzo di una pallina o del foam roller permette un buon rilassamento del muscolo e quindi permette di alleviare il dolore.

Una cosa importante da tenere presente è il fatto di riprendere qualsiasi attività fisica in modo graduale.

Dr.ssa Sara Crotti

LESIONE DEI MENISCHI

LESIONE DEI MENISCHI

All’interno dell’articolazione del ginocchio troviamo i menischi che servono a proteggere la cartilagine articolare sottostante.

Grazie alla presenza di queste strutture fibrocartilaginee a forma di “C” poste tra condili femorali e tibia, aumenta la superficie di contatto tra i due segmenti ossei e si distribuisce meglio il carico attenuando e assicurando al tempo stesso il corretto movimento.

Durante un banale movimento un menisco può esser lesionato e quindi perde la principale funzione di protezione dell’articolazione in caso di urti.

Il menisco essendo poco vascolarizzato non va incontro ad un ripristino autonomo quindi una lesione del cuscinetto deve esser valutata e trattata in modo adeguato. Il menisco laterale è più mobile rispetto al menisco mediale e allo stesso tempo il corno posteriore è meno mobile del corno anteriore quindi si riscontrano maggiori lesioni in questa zona posteriore-mediale.

Le lesioni meniscali possono esser classificate in due grandi categorie:

  • lesioni da traumi, facilmente riscontrabili tra gli sportivi. Le lesioni subite derivano da una violenta sollecitazione che supera la massima resistenza del tessuto cartilagineo.

Spesso nelle lesioni meniscali traumatiche si associa anche la lesione dei legamenti

  • Lesioni degenerative, riscontrate in normalissimi movimenti che si trovano a fare i conti con un tessuto degenerato a causa del passare dell’età

La forza che agisce è spesso violenta e allo stesso tempo torcente,mentre altre volte il menisco può lesionarsi in iperestensione o iperflessione.

COME CI SI ACCORGE CHE è AVVENUTA LA LESIONE DEL MENISCO?

  • gonfiore in sede

  • cedimento del ginocchio

  • dolore localizzato

  • incapacità di estendere o flettere completamente l’arto

  • scricchiolio

se vengono riscontrati questi sintomi, allora si procede con radiografia, risonanza magnetica e si valuta lo stato di lesione.

Inizialmente si procede con il protocollo R.I.C.E = rest, ice, compression and evaluation, quindi il ginocchio va messo a riposo per ridurre il gonfiore e gli stati infiammatori.

Se la lesione non è particolarmente grave e il soggetto è giovane si può procedere ad un trattamento conservativo, ovvero un percorso riabilitativo fisioterapico.

Se la lesione è importante, si dovrà procedere con asportazione di frammenti, qualora ve ne fossero, e con un vero e proprio intervento chirurgico.

Il menisco funge da supporto ed è importante non eliminarlo completamente perchè si può favorire l’insorgere di artrosi quindi ora si tende a preferire l’artroscopia che ripara il menisco danneggiato ed asporta solo , eventualmente , la parte non suturabile.

Dopo l’operazione si deambula inizialmente con le stampelle, e si procedecon riabilitazione specifica che mira al recupero del ROM (range of motion) totale, ovvero la flesso estensione del ginocchio e al rinforzo dei muscoli ischiocrurali e quadricipite ed esercizi propriocettivi.

Dr.ssa Sara Crotti

FROZEN SHOULDER CAPSULITE ADESIVA SPALLA CONGELATA

FROZEN SHOULDER CAPSULITE ADESIVA SPALLA CONGELATA

frozen shoulder capsulite adesiva spalla congelata

I pazienti che lamentano dolore alla spalla o limitazione della mobilità dell’articolazione Gleno-Omerale spesso sono affetti da frozen shoulder (spalla congelata) o capsulite adesiva.

Questo tipo di patologia insorge maggiormente tra i 40 e i 60 anni e tra le donne ed è associabile a traumi lievi, es. strappi o contusione, o a condizioni mediche come diabete, artrite reumatoide, ipertiroidismo ed artrite reumatoide.

L’articolazione fra spalla e omero è composta di ossa, tendini e legamenti, che sono compresi in una capsula di tessuto connettivo. Quando questa capsula si restringe e si infiamma fino a limitare i movimenti dell’articolazione, si verifica la capsulite adesiva.

La prima fase in cui si manifesta forte dolore, in particolare di notte, che si irradia lungo l’arto dura tra i 3 ed i 6 mesi . Frequentemente si immobilizza l’arto rendendo ancora più lunga la ripresa del movimento dell’articolazione.

La seconda fase , che può durare dai 3 ai 18 mesi, è caratterizzata da una riduzione del dolore a riposo ma da una limitata mobilità ed elevata rigidità.

La terza fase, quella di recupero può esser abbreviata da un’attività quotidiana di riabilitazione che mira al recupero del ROM ( range of motion).

Una buona diagnosi è indispensabile per poter distinguere la capsulite adesiva da altri problemi che colpiscono la spalla come danni alla cuffia dei rotatori; l’esame radiografico è normale e si verifica una perdita di mobilità anche in extrarotazione passiva. Solitamente non si perde la rotazione esterna passiva quando si hanno problemi alla cuffia dei rotatori quindi questa manovra deve far sospettare la presenza di spalla congelata.

Non appena viene definita la diagnosi è importante agire tempestivamente con trattamenti di fisioterapia e di recupero di mobilità in quanto il 90% del recupero avviene grazie al ripristino del movimento.

Il programma di riabilitazione prevede sessioni di stretching e mobilitazioni della spalla in rotazione esterna (ad esempio piegando il gomito dell’arto interessato di 90 gradi per raggiungere lo stipite della porta, ruotare il corpo e restare in posizione per 30”).


 

Sdraiarsi in posizone supina. Usare il braccio sano per sollevare il braccio malato sulla testa fino a sentire una gentile resistenza dolorosa. Mantenete la posizione per 15 secondi e abbassate lentamente fino a tornare alla posizione di partenza.

 

spalla congelata 2

 

 Tirare delicatamente il braccio della spalla malata sul petto appena sotto il mento, per quanto possibile senza causare dolore. Mantenete la posizione per 30 secondi.

spalla congelata 3

Prima ci si rivolge ad uno specialista prima si cura la spalla congelata/capsulite adesiva.

Spesso si sottovaluta un dolore al braccio o alla spalla e solo dopo settimane o mesi di dolore ci si allarma avendo già perso giorni preziosi per il ripristino del movimento dell’articolazione.

Dr.ssa Sara C

rotti

OSTEOPOROSI ED ATTIVITA’ FISICA

OSTEOPOROSI ED ATTIVITA’ FISICA

CHE COS’E’ L’OSTEOPOROSI:

Con il termine”osteoporosi” si indica una riduzione della massa ossea e deterioramento della struttura dell’osso.

La perdita di tessuto osseo avviene in maniera subdola, senza alcun dolore e spesso si manifesta con una frattura che sta già ad indicare la presenza della malattia.

Per capire meglio di cosa si tratta faremo un breve tour all’interno delle nostre ossa. Le ossa sono le nostra impalcatura, sostengono il corpo e proteggono i tessuti molli, sono collegate tra loro in sede di articolazioni e sono mosse dai muscoli che si inseriscono su di esse.

La particolare composizione del tessuto, conferisce all’osso le caratteristiche di durezza e flessibilità utili per poter resistere alle sollecitazioni meccaniche e agli urti alle quali sono sottoposte. Se le ossa fossero estremamente dure e poco flessibili si spezzerebbero immediatamente alla prima pressione che si genera su di esse mentre la flessibilità garantisce una certa tolleranza alla pressione.

Il tessuto osseo è in continuo movimento, arriva ad un picco massimo durante l’età adulta e nel tempo si rigenera e si rimodella adattandosi alle esigenze e agli stimoli che provongono dall’esterno.

L’attività di rimodellamento è garantita dall’operosità sincronizzata di diverse cellule all’interno del tessuto osseo che in base a risposte ormonali, esercizio fisico, alimentazione ed ambiente esterno sgretolano e ricostruiscono l’osso.

Passata la fase di picco di crescita del tessuto osseo ci si trova di fronte ad una fase di calo, più accentuata nel sesso femminile. La fase in cui cambia l’assetto ormonale, la menopausa, porta ad una riduzione degli estrogeni che provoca una diminuzione della densità ossea. Gli estrogeni sono importanti stimolatori di trofismo osseo.

Detto ciò non si deve pensare che gli uomini siano totalmente esenti dalla perdita di tessuto osseo; purtroppo con l’avanzare dell’età tutte le persone possono incorrere in osteopenia e successivamente osteoporosi, con tutte le varie casistiche all’interno di questo concetto.

CONSIGLI PRATICI:

Sappiamo che sull’osteoporosi agiscono fattori rischio modificabili (alimentazione, stile di vita, attività sportiva, esposizione solare) e fattori non modificabili (sesso, età, razza, menopausa precoce): noi potremo agire solo sui primi.

È importante avere una dieta corretta che apporti il giusto quantitativo di calcio e di tutti queli alimenti che ne permettono un corretto assorbimento da parte del corpo(e’ più importante l’assorbimento che la quantità ingerita). Altrettanto rilevante sarà l’esposizione solare in quanto la vitamina D, essenziale per mantenere l’omeostasi del calcio, si attiva solo in presenza di luce solare. Questi due punti sono da tenere presente anche in gravidanza , perido nel quale si ha più bisogno di assumere calcio.

Bisognerebbe evitare l’eccesso di alcool e caffeina!!!

L’osteoporosi è anche definita malattia da disuso perchè spesso ha origine dall’assenza prolungata di carico sulle ossa. L’osso è un tessuto che ha bisogno di essere stimolato attraverso sforzi meccanici che fanno aumentare la densità ossea e di conseguenza ritardare e prevenire la riduzione di massa data dall’invecchiamento. La prevenzione INIZIA il prima possibile e non solamente ad osteoporosi conclamata.

Quindi semplicemente, giocare all’aperto, fare attività sportiva sia in età infantile che adolescenziale e continuare, in età adulta ed avanzata, a muoversi cercando lo sport che più è indicato.

Il movimento va sempre incentivato ed adattato alle possibilità date dall’età e dal clima del paese in cui ci si trova, in ogni caso, le attività che rinforzano i muscoli promuovono la crescita ossea come conseguenza.

Naturalmente, non esiste uno sport ideale. La migliore attività sportiva è quella che piace di più e per praticare sport in modo completo bisognerebbe non limitarsi a sceglierne solamente uno ma alternarne diversi per cambiare continumente gli stimoli che arrivano dall’esterno.

Dr.ssa Sara Crotti